Recensione 27 Giugno-4 Luglio sull’articolo di Libero - Centro Siciliano di Terapia della Famiglia

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Recensione 27 Giugno-4 Luglio sull’articolo di Libero

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Recensione 27 Giugno-4 Luglio sull'articolo di Libero
Vietato dire:" Maschi e Femmine"
Che rovina l'ideologia all'asilo.
(Niente più generi a scuola. Per fermare l'omofobia minano una generazione.)

a cura di  Roberta Cardella.



Il titolo di  quest'articolo ha fatto emergere immediatamente delle riflessioni: cosa si intende per genere? A quali ruoli ci si riferisce parlando di scuole materne? Cos'è l'omofobia? A chi risponde una generazione? Credo che le domande siano uno strumento sempre molto utile per tutti coloro che si avvicinano alla lettura di informazioni. Ritengo che siano uno strumento ancora più utile per chi come futuro Terapeuta Sistemico abbia l'opportunità di trovarsi di fronte a delle storie narrate o semplicemente di fronte ad un articolo come questo che attivi una punteggiatura rispetto alle informazioni raccolte che sia tanto stimolata dalla curiosità, tanto legata al modo che ciascuno di noi sceglie nel narrare un punto di vista.  Mi  sono avvicinata a questa lettura con Curiosità ed ho notato da subito l'attivazione puntuale di diversi pregiudizi sul tema. Il primo tra tutti: cosa c'entra l'omofobia con le scuole per l'infanzia? Ed ancora: i bambini apprendono dalle differenze: cosa può significare eliminarne una così importante (femmina- maschio)?
L'articolo  presenta la narrazione di una storia o meglio di un vissuto sociale e generazionale che coinvolge una parte della popolazione genitoriale, la popolazione degli educatori, le politiche socio-educative dei Ministeri dell'Istruzione in Europa settentrionale. All'interno di quest'articolo si trovano posizioni differenti rispetto a ciò che significa "educazione", "età rispetto alla quale scegliere" una cosa piuttosto che un'altra, "emancipazione", "limite" ma anche "coraggio" e "rischio".   
L'articolo mette in evidenza le caratteristiche uniche di una scuola materna per bambini dai tre ai sei anni, "Egalia",  che ha abolito dal proprio programma-progetto educativo e ludico  qualunque segno di distinzione sessuale: bambini e bambine vengono chiamati con un pronome neutro, "Hen", che non si trova in grammatica ma viene utilizzato nei circoli femministi ed omosessuali. Sono stata eliminate le favole classiche, quelle dove i personaggi hanno precise connotazioni femminili e maschili, regine, principi azzurri e se ne leggono di nuove che raccontano la storia d'amore tra due giraffe maschio, per esempio. Esistono giochi quali le bambole ma solo di colore nero.
Il "laboratorio dell'uguaglianza", cosi come è stato definito, ha suscitato diverse polemiche ma le richieste di iscrizioni sono state numerose tanto da generare delle lunghe liste d'attesa. Si sono scatenate forti contrapposizioni tra egualitaristi che sostengono che il genere non è un dato naturale ma culturale, che l'omofobia va combattuta, e coloro i quali ritengono che non è affatto un bene negare le differenze e costringere ciascun bambino a non prendere coscienza del proprio sé, che l'uguaglianza non va indotta con l'eliminazione delle definizioni di genere e che ciò non appartiene al regno del contenuto ma del significato e della scelta.
Le domande poste all'inizio della lettura trovano un loro posto all'interno della riflessione attivatasi post lettura. Ho scelto di recensire questo articolo con l'idea di una costruzione dell'informazione, perché mi incuriosisce sempre il processo attraverso il quale le storie, tutte, prendono forma in un contesto, sia esso familiare, terapeutico o sociale.  Ho subito pensato all'attivazione dei pregiudizi che hanno accompagnato la lettura, così come avviene per un buon sistemico al primo appuntamento, dopo la lettura di una scheda telefonica e poco prima di entrare in stanza di terapia. Leggere le informazioni utilizzando, da una parte, la lente del pregiudizio e, dall'altra, quella della curiosità per ciò che può essere sempre diverso da noi permette quell'apertura, nel tempo, a forme, punteggiature, storie, narrazioni, relazioni, legami, significati e contesti che possono consentire di lavorare con i sistemi. Quest'articolo mi ha fatto pensare alle struttura narrative ed ai loro significati così come ne parla Sluzki nell'articolo "La trasformazione terapeutica delle trame narrative".  Ciò che chiamiamo realtà, dice Sluzki, consiste e, riflessivamente, si esprime, nelle descrizioni che le persone danno di avvenimenti, persone, idee, sentimenti, storie ed esperienze, sia che esse siano condivise sia che siano diverse da quelle di altri. Leggere dell'asilo Egalia in Svezia attiva tanto le sane riflessioni di chi difende il mantenimento delle differenze di genere sociale, tanto le sane riflessioni di chi pensa che introdurre una nuova forma di educazione alle proprie scelte, a prescindere dal sesso, sia qualcosa da mettere a disposizione già dalla prima infanzia. Non si può non avere una posizione, una opinione e non si può non attribuire un significato personale alle informazioni che riceviamo, ma si può narrare il significato di ciò che sentiamo diverso da noi. Si possono attivare reti di significati che costruiscono trasformazioni, non necessariamente  rispetto ai contenuti ma, per esempio, rispetto alla lettura dei contesti. Per il caso dell'asilo Egalia ci si può chiedere,  da Sistemici, qual è il contesto culturale e sociale in cui esso prende forma, a quale bisogno risponde, chi può aiutare rispetto a che cosa, se è da definire problematico uno scenario in cui viene introdotta una forma educativa alternativa, quali possibilità offre, quali i vantaggi e quali gli svantaggi. Un asilo così "diverso" nelle politiche e nelle organizzazioni non può non destare domande, attivazioni critiche, pregiudizi, dissensi, conferme. Si può scegliere di trattenere una informazione, confrontarla con il nostro significato e riutilizzarla rispetto a qualcosa: così come avviene in un contesto d'aiuto, in un contesto terapeutico, ogni informazione viene strutturalmente utilizzata per dar forma ai significati di un sistema entro un contesto, nel qui ed ora della terapia con una proiezione in un tempo futuro in cui le risorse attivate vengano mantenute in un processo di cambiamento. L'analogia con la terapia, o meglio con il modo di far terapia da sistemici, la ritrovo sempre in tutto ciò che può, per cultura, essere talmente diverso o lontano da schemi condivisi da tanti, attivare naturalmente giudizi, pregiudizi, classificazioni di "giusto" e "sbagliato" i quali non penso possano appartenere ad un sé terapeutico professionale ma ad un sé assolutamente personale.

 
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