Rassegna stampa 30 maggio-6 giugno - Centro Siciliano di Terapia della Famiglia

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Rassegna stampa 30 maggio-6 giugno

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Recensione
Rassegna stampa 30 maggio-6 giugno


Allieva Barbera Pamela



Leggendo l'articolo dal titolo "I viaggi della verità degli adottati" di Daniela Natali (Corriere della Sera 4/06/2011) mi sono interrogata su cosa, come psicoterapeuta  sistemico in formazione e futuro professionista nel settore, posso fare quando a chiedere aiuto è una famiglia adottiva, magari con un figlio adolescente: quali i miei pregiudizi e quali le risorse che ho a disposizione.
Penso immediatamente alla condizione di chi sperimenta la perdita del legame con le figure di attaccamento e all'esperienza, estremamente negativa, dell'essere abbandonato da chi dovrebbe fornire cura e protezione. L'immagine di sé del bambino viene ad essere profondamente colpita, mettendo fortemente in discussione la  fiducia sulla possibilità di suscitare amore e considerazione negli altri. Innumerevoli sono gli studi (Spitz, Winnicot, Bowlby) che hanno illustrato quanto sia decisivo, per garantire un adeguato sviluppo psichico del  bambino, la presenza continuativa di un care-giver competente.
L'esperienza di deprivazione affettiva, sperimentata dal bambino adottivo che ha vissuto la rottura e la perdita di questo legame, si traduce in una più o meno intensa esperienza traumatica le cui conseguenze possono variare in relazione all'età in cui s'è verificato l'abbandono, alla qualità del precedente rapporto con il care-giver e alla qualità della collocazione dopo l'abbandono. A  tal proposito, De Zulueta sostiene come la condizione di svantaggio possa essere recuperata se la famiglia adottiva è in grado di fornire al minore un contesto relazionale in cui egli si senta in piena sintonia con l'altro. La riuscita del progetto adottivo sembra, quindi, essere strettamente connessa alla possibilità dei genitori adottivi di far fronte alle problematiche del bambino e rispondere ai suoi bisogni profondi.
Come terapeuta mi sento di dover riflettere sulla scelta della "coppia adottante", su quanto la scelta adottiva riesca ad essere una condizione "riparativa" nel momento in cui una coppia, con una sua storia, decide di accogliere un bambino, e su come, inevitabilmente, ci sia un incontro tra le storie di entrambi. Quali, dunque, le configurazioni relazionali emergenti?
È importante, innanzitutto, considerare alcuni fattori che possono condizionare lo sviluppo dell'adozione. In primo luogo, è fondamentale per il terapeuta conoscere le modalità e le motivazioni che hanno mosso la coppia nella scelta adottiva. Da una parte, possono trovarsi coloro che desiderano fortemente un figlio i quali negano il  proprio stato di sofferenza per la mancata procreazione e non riconoscono nella scelta adottiva una risposta ad un legittimo e sano desiderio di genitorialità; dall'altra, coloro che sono mossi da un profondo senso di solidarietà nei confronti dei bambini in stato di abbandono, sostenuta,  spesso, da radicati convincimenti, religiosi o ideali, e connotata e presentata socialmente altruistica e disinteressata. Nel pensiero pubblico( e, forse, è anche un mio pregiudizio terapeutico forte) si fa strada l'idea che per  i bambini adottabili qualsiasi soluzione alternativa all'istituto sia auspicabile.
Una motivazione all'adozione troppo sbilanciata in un senso o nell'altro potrebbe costituire per i genitori adottivi un potenziale ostacolo alla costruzione di una vicinanza emotiva tra  essi e il figlio adottivo, con vissuti di estraneità e distacco reciproci.
Accade che la coppia ponga il proprio dolore in secondo piano e che tenda a minimizzare la propria difficoltà, dedicando poco impegno a comprendere la sofferenza per il figlio atteso e mai arrivato e concentrandosi sul progetto adottivo, sui desideri e le aspettative ad esso connessi.
Come terapeuti familiari, a mio parere, è fondamentale aprire la comunicazione sul livello di sofferenza della coppia che ha adottato: è possibile che, in tal modo, i genitori adottivi si mettano in gioco in maniera sincera e autentica nel rapporto con il bambino, anche esplicitando, nei tempi e nei modi adeguati, la sofferenza vissuta prima di poterlo incontrare.
Questo processo potrebbe facilitare la costruzione di un terreno fertile nel quale il figlio adottivo possa sentirsi tranquillo e autorizzato ad esprimere il proprio dolore e la propria inquietudine per la sua storia. Storia traumatica che chiede di essere collocata e contenuta e che spesso è minimizzata dai genitori adottivi: portatori dell'idea che crescere un figlio adottivo sia uguale a crescere un figlio biologico, essi sottovalutano la portata del trauma dell'abbandono  e  non riescono a comprendere in modo chiaro i limiti  e i bisogni del minore. Anche il contesto "sociale"appare il più delle volte concentrato sui bisogni dell'adulto e poco attento alle esigenze, ai bisogni e ai desideri del minore adottivo.
Penso che, sovente, nella famiglie adottive è presente una tendenza a "dimenticare" la storia del bambino precedente l'adozione, tendenza facilitata anche dal fatto che, spesso, essa non è conosciuta e rimanda ad un periodo di solito difficile per il figlio. Inoltre, il fatto che le deprivazioni affettive non lasciano segni visibili rende più difficile per i genitori adottivi tenerle in considerazione.
Momento cruciale per la storia adottiva sembra essere l'adolescenza. Quest'ultimo  è un periodo caratterizzato dall'alternarsi di movimenti di distacco e vicinanza dalla propria famiglia d'origine in cui l'identificazione e la differenziazione rispetto alle figure genitoriali assumono un significato di grande rilevanza psicologica. L'adolescente adottivo dovrà "far quadrare i conti" nel sovrapporsi  di figure diverse, quelle dei genitori adottivi e quelle, in parte "reali" e in parte immaginarie, dei genitori naturali. Da parte dei genitori adottivi l'adolescenza del figlio costituisce un'importante tappa di verifica del rapporto di filiazione costruito, una messa alla prova della tenuta del legame affettivo. Se i genitori non hanno elaborato il loro stato di impossibilità a concepire, potrà verificarsi una presa di distanza emotiva nel momento in cui il figlio si dovesse porre in termini conflittuali nei loro confronti. La  rabbia, l'aggressività, il distacco, l'oppositività nei comportamenti del figlio potrebbero essere vissuti dai genitori con estraneità rispetto alla relazione con loro ed essere imputati al cosiddetto  "seme cattivo": la spiegazione di questi atteggiamenti può essere ricondotta ad una matrice genetica. Espressione di sentimenti di estraneità e distacco sono vissuti dall'adolescente anche nel caso di adozioni internazionali nelle quali le diversità somatiche possono richiamare a origini altre e differenti.
L'adolescente attraverso le domande sul passato pre-adottivo può cercare di dare senso all'abbandono e provare a costruire la sua identità. Per i figli adottivi sapere chi li ha generati e comprendere le ragioni dell'abbandono significa aggiungere un pezzo mancante al mosaico della propria identità il cui processo di definizione  può incontrare complicazioni se l'adoelscente deve integrare aspetti del passato mai elaborati.
I livelli di intervento sui quali, come terapeuti, possiamo agire mirano all'affiancamento in contesti consulenziali ai genitori, ai quali poter restituire l'importanza  e l'impegno della scelta adottiva, e all'adolescente. Quest'ultimo avrebbe la possibilità di esprimere ricordi, dubbi, paure relative al proprio passato, dare voce ad emozioni di sofferenza, turbamento, confusione, contrastando così la tentazione difensiva che spesso colpisce le vittime del trauma e le persone vicine. Sapere  che queste  emozioni e sensazioni possono essere comprese e accolte dagli adulti di riferimento costituisce un'esperienza importante e a grande valenza terapeutica. Obiettivo dei genitori deve essere quello di aiutare il figlio adottivo a trovare una spiegazione all'angosciosa domanda sulle ragioni del suo essere stato abbandonato. I genitori, in tale processo, dovranno impegnarsi nel fornire al figlio una chiave interpretativa della sua storia, dovranno aiutarlo a comprendere come sia possibile che alcuni genitori falliscano nell'assumere il ruolo genitoriale, fornendo al minore una chiave di lettura accessibile e credibile della sua storia di figlio abbandonato.
Compito del terapeuta sembra essere quello di aiutare la famiglia e il ragazzo ad interrogarsi sulle informazioni mancanti, costruendo ipotesi plausibili in modo da creare una vicinanza e una condivisione affettiva tra genitori e figli relative al passato, rispetto al quale la famiglia adottante può sentirsi  estranea e in difficoltà.
In questo senso l'adozione richiede la capacità da parte dei genitori di assumere sia una posizione riparativa ma, soprattutto, di gestire una dimensione elaborativa. In un clima accogliente e comprensivo, il terapeuta, mantenendo una posizione neutrale, dovrà poter aiutare la coppia genitoriale evitando di colpevolizzarla e di deresponsabilizzarla.
E' importante che il terapeuta sottolinei le  risorse cognitive, emotive e relazionali dell'adolescente adottivo affinché egli possa pensarsi in maniera differente, guardare alle sue difficoltà da un punto di vista altro in modo da poter riflettere sul divario tra ciò che si aspetta e spera e le risorse e le difficoltà presenti tanto in lui quanto nei genitori adottivi, e raggiungere un'integrazione accettabile ed efficace. La possibilità, dunque, di ri-narrare una storia: la sua.

 
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