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Il condominio dei padri separati
Quindici anni e la scelta di tenere un figlio
Recensione dell'articolo "New York dice si alle nozze omo ed esplode la festa arcobaleno"
Rassegna stampa 30 maggio-6 giugno
27 Giugno-4 Luglio sull'articolo di Libero
Vietato dire:" Maschi e Femmine" Che rovina l'ideologia all'asilo.
Perché in ogni famiglia esiste un figlio prediletto
Carica delle coppie miste in Italia, 30 mila nati l'anno. Saremo tutti meticci
Disturbi mentali in aumento, allarme dell'OMS
A sette anni già patiti di internet
Il coraggio a 15 anni
Droga , se il pusher è adolescente
Adozioni estere ? Salasso per le famiglie
"Quindici anni e la scelta di tenere un figlio"
di Maria Rita Parsi -
Riflessioni di Patrizia Fenaroli
Questa può essere davvero un favola postmoderna, capace di commuovere, ma anche di far riflettere.
In un epoca in cui il "diritto di avere diritti" è l'imperativo etico e sociale che si sente di dover affermare con maggior forza, questa storia richiama in modo chiaro al diritto della semplicità dell'esistenza .
Rispetto alla genitorialità assistiamo ogni giorno ad una nuova forma di affermazione di diritto: il diritto al riconoscimento/disconoscimento della paternità, il diritto di decidere sul sesso dei propri figli, il diritto di avere solo figli sani, il diritto di avere figli a tutti i costi, anche comprando la fortuna (vedi le recenti lotterie inglesi), il diritto di non averne affatto, diritti spesso proclamati ad oltranza contro le naturali declinazioni che la vita sceglie di assumere.
Nel delirio di immortalità e onnipotenza della nostra cultura, spesso dimentichiamo che siamo tutti, vogliamo oppure no, inevitabilmente invitati a far spazio, nei nostri percorsi di vita, agli eventi naturali di nascita e morte, eventi che spesso ci colgono impreparati e che, comunque sia, ci impongono ripensamenti, rinegoziazioni delle nostre relazioni, riorganizzazioni nei nostri sistemi di appartenenza, riaffermazioni delle nostre posizioni rispetto alla nostra storia; tutto questo è implicito nella nostra condizione umana e, come accade per la gioia e il dolore legati a questi eventi, ha un tempo di adattamento.
Cambiano i contesti, i momenti storici e culturali in cui ciò che è naturale accade e di conseguenza anche l'aspetto simbolico e strutturale degli eventi assumono forme e significati diversi per noi come individui e per le società in cui siamo inseriti.
L'articolo parla del diritto esercitato da una quindicenne di dare la vita al figlio che aspetta, nonostante le sfide e le prove che deve affrontare.
La legge sull'aborto risale in Italia ad anni piuttosto recenti. Prima del 1978, la disciplina penale considerava l'aborto provocato intenzionalmente come un grave reato per il quale erano previste sanzioni piuttosto severe contenute nel Titolo X del libro II del codice penale. Tuttavia la Corte Costituzionale, nel 1975, pur ritenendo che "la tutela del concepito ha fondamento costituzionale" (art. 2 della Costituzione in difesa dei diritti inviolabili dell'uomo), si espresse in favore dell'interruzione della gravidanza se giustificata da motivi molto gravi. Fu questo il primo passo verso una visione più moderna della questione procreativa, aprendo di fatto la strada verso la nuova disciplina sull'aborto, consentendo così la soppressione del feto quando la gravidanza "implichi danno o pericolo grave, medicalmente accertato e non altrimenti evitabile, per la salute della donna". Tre anni dopo, più precisamente il 22/5/1978, veniva definitivamente approvata la legge sull'aborto n. 194, secondo la quale decadevano i reati previsti dal codice penale e si consentiva l'interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione, nei casi in cui la sua prosecuzione avesse costituito gravi rischi per la salute psico-
La madre di Santa, la ragazza di cui si parla nell'articolo, incarna il vissuto di molte donne che hanno fatto ricorso all'IVG senza un adeguato sostegno o che, per motivi pratici o ideologici, hanno negato la naturalità del percepirsi possibili madri, naturalità che poi può tornare "dalla porta di servizio" come senso di inadeguatezza, di fallimento, di tradimento del proprio corpo, di lutto da rielaborare. L'uomo che con la donna procrea ne esce tutto sommato intatto, la donna sceglie di perdere una parte di sé, fosse anche soltanto la magia potenziale della gravidanza e difficilmente può non farne i conti a qualche livello, prima o poi.
L'ottica di un pensiero multiprocessuale che un osservatore sistemico dovrebbe a mio avviso sempre più adottare nell'analisi di ciò che accade negli individui, tra essi e nelle società, ci invita a collegare differenze individuali, relazioni simboliche e interattive interpersonali, interazioni tra i membri delle famiglie e fra questi e l'ambiente, a processi simbolici e strutturali a livello macrosociale. Non c'è cambiamento, evoluzione, involuzione a nessun livello che non abbia una qualche correlazione con tutti questi altri livelli: da qualsiasi punto dell'analisi si parta, effetti, conseguenze e informazioni nuove che circolano nei sistemi creano inevitabilmente differenza, quindi cambiamento. Questi non sono circuiti di interscambio chiusi, ma sono dinamiche evolutive con un orientamento a spirale: è fondamentale per un sistemico che analizza la realtà che ha di fronte e in cui è immerso, nel suo studio così come nella sua vita quotidiana, sapere che ogni singola azione e ogni atto collettivo sono reciprocamente influenzati e influenzanti, e che non esiste quindi un punto zero in cui tutto è immutabile e dato, a cui riferirsi per porsi rispetto alla vita e alle sue sollecitazioni, ma i punti di ancoraggio del nostro pensiero sono anch'essi mutevoli, così come saranno necessariamente mutevoli le nostre azioni che traducono questi pensieri. Questo ci richiama costantemente alla responsabilità del nostro agire e pensare e al rispetto dell'altro e delle sue scelte, come fatto basilare per una reale posizione di valorizzazione delle differenze.
Nell'articolo che parla della storia di Santa, una storia che potremmo benissimo incontrare in quanto psicoterapeuti, è evidente come siano molteplici i livelli implicati: la scelta di questa ragazza nasce da una determinazione individuale a credere nella forza del suo giovane amore e nella bontà della propria decisione, dalla necessità di correggere uno script materno che ha portato dolore, rimpianti, conflitti e sensi di colpa agiti all'interno del nucleo familiare e che sono stati i suoi contesti di apprendimento rispetto alle relazioni coniugali e genitoriali. E' una scelta in controtendenza all'affermazione di diritto, portato avanti dalla madre, del non avere figli, se non desiderati, scelta vissuta nell'autonomia dell'individualismo "femminista", testimonianza quotidiana per lei, figlia, del fatto che non si devono dare per scontate le conquiste delle generazioni passate, perché in ogni momento la libertà individuale può essere messa in gioco. La responsabilità procreativa, di entrambi i partner, ricade sempre sulla donna, la quale dovrebbe, almeno, essere libera di decidere e di portare avanti, senza ostacoli, la sua decisione: è il diritto proclamato e praticato dalla madre di Santa, pur nella contraddizione emotiva che lo accompagna.
Un diritto che, forse, per i cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi 30 anni, per le nuove generazioni ha soltanto un sapore antico: le battaglie politiche e sociali fatte dalle donne prima della legge 194/78 a suon di "l'utero è mio e me lo gestisco io", difficilmente vengono menzionate tra i banchi di scuola come fatto di rilevanza sociale e nei racconti familiari, forse, certe posizioni femminili al riguardo vengono omesse o vengono narrate solo in occasione di fasi di sviluppo delicate delle figlie o di eventi critici quali appunto una gravidanza inaspettata. Ma l'effetto che si ottiene in questi casi è un po' quello di quando si esibisce una medaglia guadagnata e conservata in un cassetto: quel simbolo di impegno consapevole non appartiene se non a chi l'ha conquistato. Si dimentica spesso, infatti, che i dibattiti sulla parità di diritti rispetto alle questioni di genere, tra cui la scelta di disgiungere attività sessuale da procreazione, possono passare, ancor prima che nella società allargata, nel microcosmo delle famiglie: se, a gran voce, si dibatte su questioni di uguaglianza, ruoli e posizioni attorno a cui ruota l'organizzazione quotidiana della vita nelle famiglie e nella società, oggi parla ancora molto di più la tradizione , nel come, di fatto, il quotidiano viene gestito.
Un gesto di affermazione quale l'aborto che per alcune generazioni di donne era l'imperativo femminile per l'individuazione e la differenziazione da appartenenze paternalistiche soffocanti e squalificanti, oggi non sembra più avere molto senso: il diritto legale all'interruzione di gravidanza oggi è garantito, viene riconosciuta pubblicamente l'autonomia del giudizio femminile in merito.
Il fronte della battaglia, a mio avviso, di questi tempi non sembra più così necessario che sia rivolto soltanto al nemico esterno, cioè verso istituzioni che rimangono ancora per lo più maschiliste, ma è ben più urgente che sia agito nel quotidiano affermando la propria femminilità, come differenza, come valore.
Credo personalmente che diventare madre sia la cosa più femminile che ci possa essere: avere il coraggio (o l'incoscienza) di essere donna e madre a 15 anni è in questo senso, forse, il gesto più rivoluzionario e femminista che una ragazza di oggi possa portare avanti. Cambiano i contesti e con essi cambiano le definizioni che delle persone si danno, nella società con cui esse si confrontano. Santa solo alcuni decenni fa sarebbe stata additata come un'immorale e una colpevole e, forse, il tutto sarebbe stato mascherato da coperture familiari. Oggi Santa può uscire allo scoperto e scegliere la vita, la sua e quella del figlio che porta in grembo, decidendo di essere protagonista e di accollarsi l'onere del cambiamento del sistema in cui è inserita.
Una generazione di smidollati, disimpegnati, svogliati e senza valori: così ho sentito molte volte definire gli adolescenti e i giovani di oggi nei discorsi degli adulti. Ma quando l'anno scorso, per fare un esempio, ci sono state le proteste per le riforme universitarie, ad occupare piazze e scuole erano soprattutto questi "smidollati": megafono alla mano, striscioni, slogan contro le decisioni degli adulti, comportamenti di impegno e protesta che al mondo dei "maturi" potevano davvero comunicare qualcosa di importante. Non tanto in merito ai contenuti, per cui si può essere in accordo o dissentire, ma in merito alla posizione sociale assunta: attiva, responsabile, presente. Quante volte noi adulti negli ultimi decenni siamo scesi in piazza così in massa per protestare verso qualcosa che ci spetta di diritto? Quante volte abbiamo il coraggio di andare davvero controcorrente rispetto agli orientamenti della nostra società?
Forse allora i giovani che nulla sanno di politica in senso storico e delle lotte sociali che li hanno preceduti, e che nulla , forse a ragion veduta, dagli adulti deludenti vogliono sapere, vogliono invece che si parli della loro vita considerandoli competenti, in grado di decidere per il proprio futuro, in grado di pensare e scegliere con i propri criteri autonomi di giudizio.
La piccola protesta di Santa contro un sistema familiare che sembra già dato, difficile da modificare, è la metafora di una scelta di coraggio personale e civile che si può estendere al ruolo del terapeuta clinico, ma anche al "terapeuta cittadino". Santa, con la sua scelta decisa, con la sua "forza dal basso", costringe la famiglia, un sistema più grande di lei, a ripensarsi e a ridefinirsi; il cambiamento è contagioso, sembra accadere senza nemmeno poi chissà quali difficoltà, perché le risorse, anche laddove non vengono viste, ci possono essere e stupire chi, poi, le mette a disposizione degli altri e chi si trova a trarne un qualche beneficio.
Se si sa essere aperti al nuovo, si può davvero evolvere con l'esperienza, valutare soluzioni alternative e ampliare le possibilità di scelta e, per effetto di questo cambiamento, mutuando le definizioni di Reiss e Oliveri, è possibile ottenere più alti livelli di coordinazione, acquisendo maggior unità, cooperazione e chiarezza nella comunicazione, sentendosi parte di un comune destino, sentendosi competenti e capaci di gestire gli eventi. Nella società post-
Il terapeuta sistemico dovrebbe pensare e agire in questo senso: aiutare gli individui e i loro sistemi a percepirsi come propulsori di cambiamento personale e sociale, nell'ottica della valorizzazione delle differenze, del rispetto reciproco, dell'ampliamento della possibilità di scelta, recuperando la fiducia nella capacità di coordinamento, nel senso proposto da B.W.Pearce, ossia nella capacità di alimentare il processo attraverso il quale le persone tentano di dar vita ad emanazioni congiunte delle loro visioni del bene, del desiderabile e dell'utile, nella sequenza coordinata di azione ed interpretazione, che per aver vita richiede capacità di co-
L'incontro terapeutico come fatto sociale di incontro fra differenze, permette quindi di mettere sul tavolo dello scambio relazionale una grande occasione di accrescimento reciproco: un mondo virtuale di reciproca esplorazione che può dar spazio, di volta in volta, a nuove forze implicative e contestuali che, probabilmente, individualmente, chiusi nelle nostre idee e nei nostri confini, non avremmo conosciuto, non avremmo proposto, pensato e utilizzato, perdendo preziose possibilità di vivere con maggior benessere .