Perché in ogni famiglia esiste un figlio prediletto - Centro Siciliano di Terapia della Famiglia

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Perché in ogni famiglia esiste un figlio prediletto

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Recensione 26 settembre-2 ottobre 2011 dall'articolo di la Repubblica:
"Perché in ogni famiglia esiste un figlio prediletto"




A cura di Angela Millaci


Esiste un figlio prediletto? Sembrerebbe di si. Secondo gli studiosi dell'Università della California la credenza che un genitore abbia un figlio prediletto non è un mito. Non ci sarebbero dubbi: il 70% dei padri e il 60% delle madri ha un figlio preferito. In particolare, si tratta dei primogeniti.
Alcuni ricercatori norvegesi hanno dimostrato come il figlio maggiore sia fisicamente più forte e più intelligente di quelli nati dopo di lui.
È dal giornalista Jeffrey Kluger che arriva la teoria estrema sulle preferenze genitoriali, descritta nel suo libro "The Siblings Effect". Secondo l'autore, la maggior parte dei genitori preferisce uno dei suoi figli rispetto agli altri per una necessità biologica e innata. Sembrerebbe che i genitori decidano di mettere al mondo un secondo figlio soltanto come garanzia, nel caso qualcosa possa andare storto col primo.
A tal proposito, Kluger scrive che: "La funzione del secondo nato è assimilabile a quella di un'assicurazione. È mia convinzione che il 95 per cento dei genitori nel mondo abbia un figlio preferito, e che il restante 5 per cento menta. Ma esiste una sorta di codice genitoriale che impone di non parlare mai di questo".
Secondo Kluger nei genitori si scatenano questi favoritismi a causa di una naturale predisposizione delle persone a ricercare le somiglianze nella loro prole. L'autore arriva a definire la procreazione come "atto di narcisismo genetico", poiché gli individui sono portati a cercare nei figli i tratti di loro stessi.
Questo atteggiamento dei genitori provocherebbe nei figli non prediletti non pochi disturbi, riassunti con una definizione medica ben precisa: la sindrome Lfs (Less favored status), che si manifesta con depressione, ansia, perdita dell'autostima e difficoltà varie ad affrontare la vita quotidiana. I figli, dunque, si sentono costantemente inadatti.
Raccontata così la faccenda sembra apparire un po' riduttiva e scontata. Sembra una di quelle notizie confezionate a regola d'arte per promuovere l'uscita commerciale di un libro o per confermare i dubbi di tutti quei figli che si sentono destinati al secondo scalino del podio. I "Calimero", adesso, risultati alla mano, potranno rivendicare i propri diritti e cercare giustizia per i soprusi subiti.
In realtà le possibilità sembrano essere tante, ed esistono tante coppie di genitori che hanno occhi solo per i figli minori , così come mamme che stravedono per il maschio maggiore e padri che adorano le figlie femmine più piccole.
Spesso i primogeniti soffrono da "sindrome da primogenito". Agli occhi dei più piccoli sono quelli arrivati prima, l'esempio di virtù indicato dai genitori quando si devono rimproverare i secondi, i più intelligenti, quelli con più foto, quelli che non hanno mai dovuto indossare gli abiti smessi dei fratelli perché hanno avuto quelli nuovi: insomma quelli che sono sempre arrivati prima, per ovvie leggi di natura. I secondi, al contrario, sono quelli che potevano rincasare quando volevano mentre i primogeniti si sorbivano ore di prediche per pochi minuti di ritardo. Sono sempre loro ad aver avuto il motorino alla prima richiesta mentre "i primi" subivano una valanga di divieti. Raccontata così sembrerebbe che i primogeniti spianino la strada ai fratelli arrivati dopo. Un ulteriore pensiero va ai figli unici, che, nel bene o nel male, non hanno alternative  e spesso fanno da contenitore e sponda a tutte le ansie, desideri, aspettative dei loro genitori. Qualcuno potrebbe asserire che i figli unici si trovano in una posizione privilegiata perché non devono spartire l'affetto dei loro genitori con nessuno. Tuttavia, dalla clinica e dalla letteratura specialistica si apprende che questa unicità si puo' rivelare "un Giano bifronte" e contribuitre ad alimentare la sensazione di sentirsi incastrati in un progetto non proprio.
Le produzioni letterarie e la cinematografia corroborano  l'ipotesi che ad essere "il prediletto" non sia soltanto il figlio maggiore, descritto come il più forte e intelligente, ma anche il figlio più fragile e svantaggiato. Mi piace ricordare, a tal proposito, due romanzi divenuti in seguito pellicole cinematografiche: "Incompreso"(1969) e "La solitudine dei numeri primi"(2008).  Il primo è la storia di un bambino che soffre per lo scarso amore del padre che preferisce il figlio minore; il secondo racconta il rapporto traumatico tra un fratello e la sorella gemella più fragile. Entrambi i romanzi, seppur pubblicati a distanza di molti anni l'uno dall'altro, testimoniano la drammaticità implicita in certe relazioni tra genitori e figli e tra fratelli.
Il mito del figlio "prediletto" sembra perdersi nella notte dei tempi. Credo che nella società occidentale si sia radicato,  accompagnato da una certa "sacralità". In diversi passi della Bibbia si parla di "Figli Prediletti", del figlio perfetto e divino. Sempre nella Bibbia, i figli non ritenuti "eletti" vengono sottoposti ad una forma di riabilitazione.
A mio avviso sembra più naturale parlare di figli "diversi", di rapporti "diversi", di amori qualitativamente "differenti", di attenzioni e coccole "diverse". Ogni figlio in relazione a qualcuno e/o qualcosa  è diverso, nel tempo e nei contesti. L'ordine di genitura non è un fattore deterministico ineluttabile.  Ci sono molteplici aspetti di ogni cosa: non solo buoni e cattivi.
La punteggiatura che utilizziamo e il vertice che prendiamo in considerazione ci permette di guardare gli eventi da angolazioni diverse e di costruire significati altri. Dunque, le differenze, con cui noi, terapeuti sistemici, lavoriamo, ci permettono, se opportunamente trasformate, di utilizzare le informazioni che raccogliamo con il sistema che chiede aiuto nel processo terapeutico. Guardiamo alle differenze come risorse, come potenzialità da cui partire per costruire significati che generano "salute", benessere.
Il terapeuta sistemico, dentro la stanza di terapia, assiste costantemente al dipanarsi e al costruirsi delle trame narrative di ogni famiglia. Nella mia esperienza, la famiglia arriva in terapia con un membro che ha designato come paziente. Spesso è uno dei figli, il primogenito, il secondo o il successivo, ad essere portatore del "problema". Il figlio designato come svantaggiato è, allo stesso tempo, quello che esercita moltissimo potere all'interno del sistema famiglia. Sovente, in terapia, i figli recriminano ai genitori di non essere stati imparziali, di aver fatto delle differenze tra i figli, di aver concesso maggiori attenzioni ad uno dei fratelli. I genitori, nella maggioranza dei casi, rispondono che non è così, che non si può fare la differenza tra un figlio e l’altro e di aver dato il bene a tutti i figli, in parti uguali. E come se il sistema volesse negare le differenze, portando avanti un principio di uguaglianza che assume le caratteristiche di mito. Verbalmente i genitori dicono di non fare differenze tra i figli, le azioni  non verbali avrebbero portato a costruire nella famiglia un differente significato. I due livelli, insieme, veicolano nei figli un "doppio messaggio". Ciò che sembra assumere importanza non è l'episodio di per se, ma il significato che ogni membro della famiglia attribuisce a quel fatto o comportamento. Come terapeuti sistemici, all'interno del setting, abbiamo imparato ed assumiamo una posizione di neutralità: di equidistanza da tutti i membri della famiglia. Attraverso l'atteggiamento di "curiosità" (Cecchin G.,1997) possiamo connetterci al sistema, appassionarci al suo funzionamento, investigare le modalità alternative di funzionamento (Telfener U., 2003). Ciascun sistema, secondo la prospettiva estetica della curiosità, ha una sua logica che non è né buona, né cattiva, né vera, né falsa, ma è semplicemente operativa.
È attraverso la ricerca di strade per costruire nuove realtà che, nella conduzione di un colloquio, diamo la possibilità ai nostri clienti di generare nuove realtà. Assumere una posizione differente può aiutare a sperimentare nuove posizioni semantiche (idee nuove) e organizzative (comportamenti nuovi) (Caruso A., 2008).
Attraverso la narrazione le persone che partecipano al processo terapeutico danno senso, comprendono, spiegano ciò che gli accade. Non solo ciò che accade a se stessi, ma agli altri e al mondo. Attraverso l’azione narrativa clienti e terapeuti riescono a rinarrare le storie attribuendo ad esse nuovi significati, nel rispetto della coerenza tra passato, presente e futuro e della riattualizzazione rispetto al contesto attuale.
In questo scenario il paziente designato, "terapeuta fallito" della sua famiglia, si incontra con il terapeuta, a sua volta "terapeuta designato e fallito"della propria.  Da questo incontro speculare nasce la trasformazione di un sistema che consente al paziente, ora sostenuto, di essere accompagnato nel suo intento di aiutare la propria famiglia (Canevaro A., 1994).
Possiamo ancora parlare di figli "prediletti" Prediletti da chi? E in che tipo di famiglia?
Le continue trasformazioni sociali ci impongono, come terapeuti, di essere attenti e sensibili ai nuovi contesti sociali in cui ci troviamo ad operare. La famiglia è un sistema in continua trasformazione: sembra non sia più e solo possibile parlare di famiglia "tradizionale". Oggi esistono tanti tipi di famiglie: nuove famiglie che cercano riconoscimento e che si rivolgono a noi con bisogni e aspettative diverse. Gli scenari delle possibili famiglie si sono complessificati: famiglie "tradizionali", famiglie "monogenitoriali", famiglie "ricostituite", famiglie "omogenitoriali" ci impongono e ci indicano di seguire una strada in cui ri-pensarci e ri-narrarci come terapeuti e agenti del sociale.
Oggi, più che mai, il terapeuta sistemico dovrebbe aiutare gli individui e i loro sistemi di appartenenza a pensarsi come propulsori di cambiamento personale e sociale, nell’ottica della valorizzazione delle differenze, dell’ampliamento delle possibilità di scelta e dunque nell’aumento dei gradi di libertà.
È una conversazione che va lasciata aperta…


Riferimenti bibliografici:

Canevaro A., "La terapia familiar trigenerazionale" , in Onnis L., Galluzzo W. (a cura di)., La Terapia relazionale e i suoi contesti, Roma, Nis, 1994
Formenti L., Caruso A. e Gini D., (a cura di) "Il diciottesimo cammello. Cornici sistemiche per il counselling". Raffaello Cortina Editore, 2008
Telfener U. e Casadio L., "Sistemica", Bollati Boringhieri, Torino, 2003
Cecchin G., Lane G. e Ray W.A., “Verità e pregiudizi”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997

 
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