Il coraggio a 15 anni - Centro Siciliano di Terapia della Famiglia

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Il coraggio a 15 anni

Recensioni
 


Recensione articolo tratto da "AVVENIRE"  dal titolo
IL CORAGGIO A 15 ANNI
Rassegna stampa 31 Ottobre - 7 Novembre


Allievo Paolo Sidoti Olivo

L'articolo racconta la grave azione commessa da Donato, nome di fantasia di un adolescente di Cosenza che, per farsi accettare a pieno titolo dal gruppo, ha accoltellato un anziano, scelto a caso all'interno di un parco pubblico, in una mattina come tante altre, mentre i genitori lo credevano tranquillamente a scuola.
L'adolescente era in compagnia di un coetaneo che aveva il compito di testimoniare al resto della gang il "coraggio" dimostrato da Donato che, dopo aver portato a termine questo triste rito di iniziazione, non ha più alcun ostacolo per entrare con tutti gli onori nel nuovo gruppo.
I componenti della baby-gang chiedevano ai nuovi adepti di "fare qualcosa di buono" per poter stare con loro e dar prova delle proprie capacità di "uomo" e di "adulto": risulta veramente paradossale pensare alle idee di azioni buone che scorrono nella mente di questi giovani.
Per fortuna l'anziano è rimasto solo ferito e non ha avuto complicazioni.
Mi ha colpito molto una frase del giornalista secondo cui questi adolescenti "vivono in bilico tra l'adolescenza e l'età adulta" e sono costretti a dimostrare qualcosa a qualcuno per essere accettati e sentirsi vivi: Donato ha scelto di dimostrare il proprio valore alle persone sbagliate.
Mi sono chiesto se chi ha scritto l'articolo sia un genitore e se, anche solo per un attimo, si sia immaginato il dramma di questo ragazzo e della sua famiglia che, al contrario di quanto si possa pensare, non fa parte di alcun clan e non ha alcun legame con la 'ndrangheta o con altre fazioni malavitose.
Rifletto sugli effetti di questa azione sull'intero sistema familiare composto da un padre operaio, una madre badante e una sorella lavoratrice: essi piombano all'improvviso in un incubo e si ritrovano con il loro figlio e fratello adolescente in una caserma dei carabinieri, cercando delle risposte e interrogandosi sul futuro.
Dopo aver accoltellato il povero anziano, Donato è scappato con il suo compagno ma la stessa sera, forse per il rimorso o per la paura, ha deciso autonomamente di confessare e di liberare la sua coscienza, nonostante non fosse stato ancora scoperto o spinto da qualcuno.
Leggendo l'articolo, mi sono chiesto quali potrebbero essere i miei pregiudizi qualora mi trovassi ad affrontare un caso simile in una stanza di terapia: c'è un legame tra l'azione di Donato e la possibile "assenza" genitoriale?
Si parla e si scrive, da tanti anni, di adolescenza e ci si confronta sulle varie tappe di questa fase, difficile e delicata, dello sviluppo nel corso della quale si devono affrontare numerosi e repentini cambiamenti sia sul piano psicologico che su quello fisico: ricerca dell'identità, maturazione e sviluppo sessuale, movimenti di distacco e vicinanza dalla propria famiglia d'origine, identificazione e differenziazione rispetto alle figure genitoriali e al gruppo dei pari.
I mass media e alcuni talk show si occupano spesso di problemi dei giovani, ricorrendo sovente all'utilizzo di alcune etichette e ad alcuni stereotipi con i quali i giovani, forse, hanno imparato a convivere: li si ritiene smidollati, fragili e forti allo stesso tempo, privi di interessi culturali, svogliati e annoiati, immersi nei social network o nei loro iPod.
Ma la realtà è proprio questa?
Provando a parlare con alcuni di loro, si scopre invece che questi giovani hanno bisogno di punti di riferimento concreti e sono alla ricerca di qualcuno che li ascolti senza pregiudizi, che dia loro modo di parlare delle proprie idee e delle proprie richieste.
Forse, ai nostri giorni, è più facile pensare che "chi è causa del suo mal pianga se stesso" invece di spendere energie per indagare e dare spazio alle difficoltà e ai disagi di genitori e figli.
È anche vero che numerose sono le attività di prevenzione primaria messe in atto nella scuole e promosse da comuni, enti e associazioni di vario genere. Ma, davanti a questi fatti, non si può fare a meno di riflettere sulla necessità di indagare quali siano i bisogni di un adolescente e della sua famiglia e sulle strategie da adottare e proporre.
Come terapeuta, penso all'importanza di attenzionare la fase del ciclo di vita e la dimensione storico-temporale degli eventi, partendo dal pregiudizio secondo cui pensieri, comportamenti ed emozioni di un individuo sono profondamente connessi con le esperienze relazionali vissute: particolare attenzione, quindi, alla dimensione diacronica e trigenerazionale, al fine di integrare l' "hic et nunc" con i fatti accaduti nel passato e permettere un'indagine accurata dei rapporti tra le generazioni.
Numerosi spunti di riflessione e di intervento vengono offerti da alcuni autori, quali Vadilonga, Rangone, Bertetti e Chistolini, che hanno proposto un intervento terapeutico integrato: teoria psicodinamica e teoria sistemica come lenti per affrontare l'individuo e la famiglia, con setting e metodiche diverse ma con comuni ipotesi esplicative sui disturbi dell'adolescenza.
Un lavoro di questo tipo si pone l'obiettivo di aiutare l'adolescente ad affrontare le difficoltà di pensare alle proprie esperienze di vita e a contrastare il ricorso a difese rigide e primitive di proiezione, scissione e negazione.
Inoltre, a mio parere, un'attenzione particolare deve essere rivolta alla storia di ogni singolo membro della famiglia, a quella dei genitori, dei nonni, alla relazione tra fratelli e a quella genitori-figli.
L'azione commessa da Donato, dal mio punto di vista, "obbligherà" il sistema ad una riorganizzazione e ad un confronto e potrà contribuire ad aiutare tutti i suoi membri a riflettere e a provare a capire le ragioni profonde di un possibile disagio.
Sappiamo bene, dalla letteratura e dall'esperienza clinica, come l'adolescente sia alla continua ricerca di risposte alle proprie domande e come trasferisca sugli altri (amici, insegnanti, genitori ecc.) ansie, paure e speranze, nel difficile e tortuoso tentativo di definire se stesso e ricercare la propria identità.
Nei casi simili a quelli di Donato, l'intervento terapeutico, secondo me, dovrebbe accompagnare l'adolescente durante la ricerca di nuove identificazioni e cercare di far emergere le risorse, rendendolo il più possibile attivo, stabilendo un'alleanza utile per affrontare le situazioni significative e sviluppando una dimensione che lo possa far sentire compreso, rispettato e autonomo.
L'ottica è quella del coinvolgimento e della responsabilizzazione sia dell'adolescente che della famiglia, nel pieno rispetto delle differenze generazionali.

 
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