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Il condominio dei padri separati
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Recensione 4-
"Il condominio dei padri separati"
a cura di Angela Di Leonardo
Dopo aver letto l'articolo di Repubblica, mi è subito venuto in mente un altro possibile titolo: "Padri separati: i nuovi depressi". E' questo, infatti, che rischiano di diventare molti padri separati, costretti ad affrontare non solo la crisi psicologica, conseguente alla separazione dalla compagna e all'allontanamento dai propri figli, ma anche una vera e propria crisi economica. Contrariamente a quanto il senso comune e i nostri pregiudizi ci indurrebbero a credere, molte ricerche italiane e internazionali hanno dimostrato, sono gli uomini più che le donne a trovarsi psicologicamente e anche organizzativamente confusi e frastornati dopo una separazione: non solo perché sono loro, se ci sono figli, ad uscire più spesso dalla casa coniugale, ma anche perché si trovano ad essere responsabili della organizzazione della propria quotidianità, fino ad allora ampiamente delegata alla moglie. E' vero che l'impoverimento relativo di donne e bambini dopo una separazione è un fenomeno statisticamente documentato; tuttavia, quando il reddito del marito è modesto, le spese di un nuovo alloggio, insieme al pagamento dell'assegno di mantenimento per i figli, possono diventare insostenibili. In Italia questo rischio è accentuato da un mercato degli affitti molto ridotto e costoso, soprattutto per gli alloggi piccoli. Inoltre, chi è in affitto non gode di nessuna agevolazione, pur trattandosi, quasi sempre, di persone con un reddito modesto. Le abitazioni di edilizia popolare, poi, coprono solo una frazione minima del fabbisogno e le liste e i tempi d'attesa sono lunghissimi.
E' quindi positivo che, negli ultimi anni, associazioni e amministrazioni locali abbiano cominciato ad offrire soluzioni provvisorie affinchè i padri separati che non possono permettersi un affitto di mercato possano "fare casa" per i propri figli, mentre si riorganizzano dopo la separazione; inoltre, in genarale, si comincia a guardare ai padri soli come persone con bisogni e difficoltà specifiche che derivano anche (ma non solo) dal fatto che redditi modesti non consentono di sostenere le spese di due abitazioni.
Cosa significa e cosa comporta per un papà separato poter "fare casa" con i propri figli?
E cosa significa per un figlio imparare a costruire una quotidianità e un'appartenenza nel pendolarismo tra un genitore e l'altro?
"Fare casa" con i propri figli per un papà separato significa, essenzialmente, poter garantire ai figli uno spazio adeguato (sempre uguale), in cui poterli accogliere, in cui poter condividere degli oggetti, delle abitudini, in cui potersi ritrovare insieme dopo una passeggiata al parco o una giornata al mare, in cui i figli possano sperimentare, giorno dopo giorno, che, pur dietro l'inevitabile dolore conseguente ad una separazione, si può nascondere un'esperienza di vita nuova, altrettanto significativa e arricchente quanto la vita precedente.
La visione che faceva del divorzio una delle cause principali dei disturbi emotivi, cognitivi, affettivi e comportamentali che potevano colpire i bambini che vi erano coinvolti, impostata secondo un rigido determinismo tanto di moda fino alla metà degli anni '70, ha lasciato oggi spazio ad un'interpretazione più pacata e meno drammatica della separazione. In quanto evento di rottura e di "crisi", questa condizione può diventare anche una proficua occasione di cambiamento, una risorsa per tutti i membri del sistema familiare. Dal punto di vista etimologico, crisi significa "scelta critica" e indica quindi la possibilità di scegliere percorsi di vita diversi. E' chiaro che, se i figli non vengono adeguatamente preparati, la separazione dei genitori può rappresentare un rischio per la loro crescita e per il loro sano e armonioso sviluppo psicologico; tanto più che tutti i bambini hanno, almeno a livello latente, la paura di essere abbandonati da mamma e papà, per cui la separazione rappresenta per loro proprio la concretizzazione di un loro timore immaginario.
La separazione potrebbe essere percepita dai figli come un cambiamento e non solo come una perdita. A proposito del "fare casa" del genitore con i propri figli dopo la separazione, è utile citare Salvatore Grimaldi, pediatra e neuropsichiatra infantile che, in un recente convegno tenutosi a Firenze sul tema "Genitorialità e famiglia ricostituita", ha sottolineato come una crescita sana poggi su tre fattori indispensabili: continuità, prevedibilità e affidabilità. La continuità riguarda soprattutto gli aspetti pragmatici della vita di un bambino, il quale deve poter contare su solidi punti di riferimento (casa, orari, svaghi, routine quotidiana). La prevedibilità riguarda la possibilità per il bambino di vivere gli eventi secondo un ritmo sensato e prevedibile: ciò gli permette di sviluppare la capacità di controllare le situazioni e le personali reazioni a queste. L'affidabilità, infine, riguarda la possibilità che il bambino sviluppi la fiducia nelle relazioni attuali e in quelle future (saldi punti di riferimento emotivi ed affettivi, rapporti ricchi e soddisfacenti con le figure più significative).
Sono proprio queste, a mio parere, la fondamenta su cui costruire la" nuova casa" dei padri separati con i propri figli, un luogo in cui, come sottolineato nell'articolo di Chiara Saraceno, avere un letto proprio, un armadio o un cassetto in cui riporre le proprie cose e ritrovarle al successivo incontro, uno spazio in cui insomma sentirsi a casa e non perennemente in transito o in prestito. Consentire quindi ai padri separati l'accesso ad un'abitazione, per sé e per i figli, di cui essere responsabili, come alternativa possibile al tornare come figli nella casa dei propri genitori o ospiti itineranti da amici, è un modo per aiutarli a costruire autonomamente la loro quotidianità.
Oggi in Italia, sono 4 milioni i padri separati e, di questi, secondo le stime della Caritas, 800mila sono precipitati nella povertà dopo aver lasciato la casa coniugale; uomini con redditi professionali stabili e medi (1500-
Sembra essenziale, stando agli studi psicologici più recenti, improntare il rapporto padre-
Se in molti casi, come sottolineato precedentemente, il divorzio può rappresentare un'occasione per l'ex coniuge di ripartire nella propria vita, in altri casi può rappresentare l'inizio di una nuova fine: la fine di un matrimonio può diventare l'inizio di un incubo costellato da pesanti difficoltà economiche che possono, in casi estremi, spingere verso lo stato di povertà. Quando su disposizione del giudice, in sede di separazione, la casa coniugale viene assegnata alla madre come genitore affidatario dei figli minori, spesso al padre viene anche imposto un assegno mensile di mantenimento per i figli e per la madre, se questa non ha mezzi sufficienti per il suo sostentamento. In questa situazione tipo, che non vuole essere esplicativa di una realtà tanto complessa, troviamo il padre-
Parlavo all'inizio di questo contributo non solo di nuovi poveri, ma anche di nuovi depressi, nuovi possibili clienti per noi, futuri terapeuti. Ai disagi economici si aggiungono infatti quelli psicologici per i padri separati; molti studi, per esempio, hanno dimostrato che durante l'anno successivo al divorzio i padri, trascorrono più tempo al lavoro, in attività solitarie e ricreative e meno tempo a casa rispetto ai padri che vivono in una famiglia intatta. Questo impegno attivo sembra essere dovuto, in molti casi, al desiderio di evitare l'isolamento e la solitudine; molti padri dicono di voler fare qualunque cosa pur di non tornare in una casa vuota; inoltre, è emerso, da tali studi che il contatto tra il padre divorziato e il figlio decresce costantemente nel tempo. Uno dei maggiori cambiamenti, riscontrato dagli esperti, nei padri divorziati, durante il primo anno dopo il divorzio, è un calo dell'autostima, della fiducia in se stessi come genitori competenti. I padri divorziati hanno spesso l'impressione di aver fallito come genitori e come mariti ed esprimono notevoli dubbi riguardo alla possibilità di potersi ricostruire una vita; inoltre, spesso pensano di affrontare peggio il lavoro, di non funzionare bene nelle relazioni sociali e di essere meno capaci nelle relazioni eterosessuali. Tutti questi fattori, hanno una influenza sulla rappresentazione delle competenze in quanto padri. A due anni dal divorzio, il fattore più importante che determina un cambiamento nel concetto di sé del padre, consisterebbe nella presenza di un rapporto intimo eterosessuale soddisfacente. Altri studi sembrano evidenziare che i padri dopo la separazione tendano a compensare la loro nuova posizione con i figli, trascorrendo con loro più tempo possibile; in particolare sembra emergere che moltissimi figli amano stare da soli con il padre e ciò si verifica più spesso dopo il divorzio. Alcuni padri divorziati, si occupano di più dei figli dopo il divorzio e sviluppano con loro un rapporto migliore di quello che avevano durante la fase conflittuale del matrimonio segnata da profonda infelicità: si può ipotizzare che il padre, una volta abituato alla separazione, si trovi in uno stato emotivo migliore riuscendo ad instaurare un rapporto più autentico con il figlio nella nuova situazione di vita.
Laddove però questo non succede, noi, futuri psicoterapeuti, dobbiamo essere consapevoli dell'emergere di questi nuovi scenari, della possibilità di dover incontrare una nuova tipologia di pazienti e di trattare le problematiche qui discusse nella stanza di terapia. Un rischio da sottolineare, tuttavia, e sempre in agguato quando si parla di problematiche che scaturiscono dal rapporto di coppia, è quello di schierarsi troppo facilmente e troppo ingenuamente dalla parte di chi si ritiene maggiormente offeso: in questo caso il padre separato. Non si dovrebbe dimenticare che la separazione è un evento che impoverisce gravemente, e su diversi fronti, tutta la famiglia; se è vero che per i padri può diventare un dramma trovare un alloggio e provvedere al proprio sostentamento e a quello dei figli, è anche vero che spesso le madri separate devono affrontare battaglie durissime per ottenere ciò che spetta loro per mantenere i figli.
Pur tenendo bene a mente quest'ultima considerazione, vorrei concludere questa riflessione con le parole di uno dei protagonisti di queste storie post-
Giancarlo, fa il cuoco e guadagna 1600 euro al mese, di cui 600 servono per il mantenimento delle due figlie, 450 per pagare un vecchio debito, 200 di affitto: gli restano per vivere poco più di 300: "La separazione-