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Droga , se il pusher è adolescente
(Avvenire, 16/11/2011)
a cura di Carmen Trippodo
I nostri quotidiani sono ormai invasi da notizie relative ad adolescenti pusher, bulli o omicidi.
I dati statistici sulla rilevanza e sulla diffusione del fenomeno in Italia andrebbero considerati come punto di partenza per stimolare una seria presa di coscienza del fenomeno, che, come emerge dalle innumerevoli ricerche epidemiologiche, va diventando sempre più pressante.
In questa sede, non si intende limitarsi ad una sterile lettura degli sconcertanti dati statistici o a fatti specifici che vedono un poco più che bambino assumere condotte devianti di ogni tipo, piuttosto si vuol fare un'analisi e delle riflessioni sul fenomeno generale della devianza minorile.
I dati dell'indagine devono dunque fornire una premessa da cui partire per un approfondimento sociologico del fenomeno e per provare ad ipotizzare i processi generativi di un disagio crescente che si realizza nel periodo adolescenziale a livello di famiglia, scuola e società.
In un sistema sociale integrato attorno a valori universalmente condivisi, la devianza è considerata alla stregua di una disfunzione in grado di mettere in pericolo la stabilità.
Significativa è a riguardo la connessione tra adolescenza e devianza.
L'adolescenza si può descrivere come un periodo di crisi, di cambiamenti in cui si struttura l'identità del giovane. Nel periodo adolescenziale, compaiono sentimenti di ambivalenza verso sé stessi e verso i genitori provocati dall'intrinseco bisogno di indipendenza, da una parte, e dal bisogno di sicurezza e fiducia, dall'altra. Per tale ragione, il soggetto è chiamato a risolvere diversi compiti evolutivi, che si dispiegano in famiglia, da cui gradualmente e a gran fatica il giovane tende a separarsi, e nel gruppo di pari, che va diventando un punto di riferimento sempre più stabile. Il gruppo dei pari si può rappresentare come una subcultura alla quale l'adolescente tende ad omologarsi e grazie alla quale acquisisce un ruolo, uno status, i valori, le credenze ed i significati, che ne determinano "l'appartenenza al branco".
In età adolescenziale, la madre non riconosce e non accetta la crescita del figlio, ma piuttosto continua con quello che Cirillo (1986) chiama accudimento mimato in cui le cure materne sono ineccepibili ma in realtà più funzionali ai bisogni della madre che del bambino.
E' infatti in tale periodo di crescita, di frustrazione e di ricerca di autonomia cui si oppone un bisogno ancora presente di dipendenza dalle figure genitoriali, che si possono generare comportamenti antisociali, non conformisti ed descrivibili come "devianti".
Secondo una visione sistemico-
L'insorgenza di condotte devianti dunque non può essere ricondotto limitatamente al periodo adolescenziale e ai cambiamenti psicologici e sociali che questa fase dello sviluppo impone.
Il tema della devianza non è statico ma ridefinito nel tempo a seconda del periodo storico e del contesto socio-
Le più recenti ipotesi psicologiche e sociologiche ritengono che una condotta deviante non possa essere spiegata secondo un principio deterministico, finalizzato ad individuare le cause specifiche di un comportamento criminale. Secondo Gaetano De Leo e Patrizia Patrizi (2002) "La devianza è un processo che si costruisce nel tempo e all'interno delle relazione" .
La devianza sembra debba essere analizzata dentro il contesto in cui questa si esplica; e lo diceva già Gregory Bateson: "senza contesto, le parole, i fatti, nessuna cosa ha senso". In un ottica che potrei definire sistemica, la devianza minorile può essere compresa attraverso una sorta di percorso che si realizza come esito di un insieme di eventi, situazioni e fatti.
Siamo lontani dalle teorizzazioni di Lombroso che individuò la correlazione tra comportamento deviante e alcune caratteristiche somatiche o particolari anomalie del corredo cromosomico e da altre concettualizzazioni che attribuiscono la condotta deviante ad una struttura di personalità delinquenziale caratterizzata da mancanza di adattamento, debolezza dell'Io, aggressività e intolleranza alla frustrazione.
Parlare di carriere devianti a mio parere ben esprime la dinamicità dell'agire deviante: con il tempo e con il perpetuarsi di certi eventi, l'agire deviante si consolida fino a diventare uno stile di vita. Il termine carriera, inoltre, sottolinea il ruolo sociale che l'individuo ricopre, l'impegno che manifesta per perseguire certi obiettivi e nello svolgimento di sequenza di azioni connotate in senso deviante. Il concetto di carriera e la dimensione processuale evidenziano l'idea di dinamicità e circolarità di azioni e reazioni che si rinforzano vicendevolmente, facendo sì che l'effetto (la devianza) non sia più riconducibile ad una o più cause (povertà, degrado etc.) ma ad una progressione di passaggi in cui l'individuo assume un ruolo attivo.
Questa prospettiva fa dunque del soggetto descritto come deviante un soggetto attivo che si muove nell'ambiente e che agisce la devianza, senza che ne sia vittima a causa di istinti o comportamenti innati.
Si genera pertanto un "itinerario deviante" che si dispiega per fasi che hanno inizio dagli antecedenti storici e dai processi di etichettamento, crisi e stabilizzazione.
Questi rappresentano dei fattori di rischio presenti nella biografia dell'individuo: pur essendo riscontrabili in certe carriere devianti, non conducono linearmente ad un esito di devianza.
Tale esito può realizzarsi a seconda del modo in cui i sistemi socializzanti e le istituzioni interpretano tali fattori come cause antecedenti ad una condotta deviante. Sulla base del processo psicologico detto di "profezia che si auto-
Successivo a questa prima fase dell'etichettamento sociale è la crisi, tipica, come si è detto, della fase adolescenziale che vede il soggetto attivare dei cambiamenti. La crisi consiste in un precario equilibrio tra esigenze soggettive di sviluppo, condizioni esterne di sfida e competenze individuali, familiari e soggettive. In tal sistema, la devianza diventa per il giovane adolescente un porto sicuro in cui trovare conferma di sé stesso e della sua precaria identità, sperimentando un immagine di sé come capace e competente.
E' utile, dal mio punto di vista, che un operatore della relazione d'aiuto provi a comprendere il posto ed il ruolo che la devianza occupa nella vita della persona e a dare senso a cosa il giovane intende comunicare con l'agire deviante individuando i possibili vantaggi che ne ottiene, funzionali a mantenere in vita la devianza: guardare, in altre parole agli effetti pragmatici e funzionali del comportamento.
L'agire trasgressivo o deviante si consolida anche a seguito del processo di disimpegno, consistente in un meccanismo per cui il soggetto si svincola e si esonera dagli standard morali e dai valori sociali di riferimento e, visti i vantaggi psicologici che il soggetto ne ricava, tende a perseguire i suoi obiettivi di affermazione di sé. In questo modo, l'individuo si permette di trasgredire le regole sociali e morali, perdendo la responsabilità delle sue azioni e accettando come plausibile un atteggiamento deviante.
In questo scenario di devianza, un significato fondamentale assume l'arresto, consistente nel riconoscimento pubblico di sé come deviante. Le esperienze detentive producono nel giovane indicatori di identità negativa cui il soggetto finisce con l'aderire. Gli effetti di stigmatizzazione, inoltre, sono talmente gravi da indirizzare verso scelte delinquenziali.
Gli interventi detentivi rivolti a minori autori di reato (imputabili solo al di sopra dei 14 anni), seppur garantiscono la sicurezza pubblica, non sembrano essere adeguati in quanto non farebbero altro che confermare l'identità criminale del giovane, attraverso stigme ed etichette che la società gli attribuisce e cui il soggetto tenderebbe a conformarsi. Inoltre, la detenzione, riducendo l'autonomia del giovane, limita le sue scelte e gli preclude la possibilità di sperimentare nuove situazioni e di assumersi la responsabilità dei suoi gesti.
Oggi, infatti, si ritiene che, nel caso di minori rei, l'intervento più adeguato sia quello di "promozione circolare della responsabilità" (De Leo, 1996) che include tra gli obiettivi del procedimento penale anche la responsabilizzazione nei confronti della vittima e della società. L'intervento viene inteso non solo come uno strumento di assunzione di responsabilità ma anche come mezzo di elaborazione critica del rapporto con la norma e con la società nel suo insieme.
Questo tipo di intervento ha origine dalla Convenzione sui diritti del fanciullo (New York, 1989 ratificata in Italia nel 1991 con la legge n.176) che sancisce che al giovane, seppur imputato in un procedimento penale, deve essere garantito il suo diritto di crescita; pertanto si ritiene che il minore debba essere tutelato nelle sue esigenze di sviluppo, oltre che verso un percorso di responsabilizzazione nei confronti della vittima e della stessa società.
Questo modello di intervento garantisce il principio di non interruzione dei processi educativi che assicurano al minore imputato percorsi di socialità idonei ad uno sviluppo sano, evitando che la situazione giudiziaria possa intaccare le fasi dello sviluppo del giovane.
Questi principi si concretizzano in istituti alternativi alla custodia cautelare quali le prescrizioni, la permanenza in casa ed il collocamento in comunità, consistenti in centri di prima accoglienza (Cpa) in cui il soggetto viene trattenuto per tutta la durata del procedimento giudiziario.
In questa ottica, un ruolo fondamentale assumono gli adulti significativi, la famiglia, i servizi che sostengono il giovane in questo processo educativo e di responsabilizzazione
Se la devianza viene percepita come l'unico mezzo possibile per affermare sé stesso, allora ha luogo la terza fase del percorso deviante, la stabilizzazione, in cui il comportamento deviante diventa uno stile di vita. A questo punto, con il processo di consolidamento, la società interpreta il comportamento antisociale messo in atto come l'unico possibile, per cui le aspettative dell'altro verso quella persona tendono ad orientarsi verso la sola direzione della devianza. Anche il soggetto stesso, che sperimenta con successo la devianza, sente di essere in grado di rispondere in maniera adeguata alle aspettative negative degli altri e ciò non fa altro che perpetuare ulteriormente la condotta deviante. Il soggetto dunque accetta la nuova immagine di sé che si è costruito come esito delle aspettative negative che la società gli ha attribuito, aderendo all'identità negativa trasmessagli. In questa fase ha luogo una riorganizzazione del sé e delle proprie caratteristiche psicosociali sulla base del nuovo ruolo di deviante.
La devianza dunque non è la conseguenza di certi fattori ma si sviluppa come un processo che si costruisce nel tempo attraverso l'interazione tra l'individuo ed i suoi comportamenti, i contesti di relazione all'interno dei quali l'individuo è inserito, la dimensione dei significati sociali.
Tale "prospettiva evolutiva" del percorso di sviluppo che culmina con l'acquisizione della devianza come stile di vita porta a pensare che non è possibile individuare cause specifiche che possano determinare la comparsa di una condotta deviante: non è sufficiente rintracciare condizioni sociali, familiari, scolastiche, gruppali o particolari caratteristiche personali come causa di comportamenti delinquenziali.
Voglio concludere queste riflessioni guardando alle risorse che ogni sistema ha, sia esso una famiglia, un individuo, una società. In una prospettiva non di patologia o di devianza, ma di promozione del benessere, si cerca di accrescere le capacità di soluzione dei problemi dei giovani. Rendendoli in grado di fronteggiare in maniera più sana ed adeguata le difficoltà dinanzi alle quali si trovano, si valorizzano le risorse e le competenze del singolo e della comunità intera: in una sola parola ci si muove in una direzione di empowerment individuale che sociale.
Il termine empowerment letteralmente significa acquisizione di potere e si riferisce ad un processo mediante il quale gli individui aumentano la possibilità di esercitare un controllo attivo sulla propria esistenza ed è in questo senso che si parla di acquisizione di potere.
Un intervento d'aiuto ai giovani che vivono una carriera deviante dovrebbe svilupparsi secondo una prospettiva multifattoriale, sostenuta oggi da autorevoli studiosi, che guarda all'individuo, alla famiglia, alla società intera, prima fra tutti la scuola, principale agenzia educativa moderna. Un'azione di tal genere potrebbe configurarsi come un valido tentativo di promuovere lo sviluppo di abilità che permettano ai giovani di fare una lettura critica della realtà sociale e, al tempo stesso , di ampliare lo spettro di possibilità, "vedendo" scenari altri, diversi da quelli consolidati e descritti come devianti. Il fine è quello di stimolare l'elaborazione di strategie adeguate al raggiungimento di obiettivi personali e sociali e al superamento dei compiti evolutivi.