Disturbi mentali in aumento, allarme dell'OMS - Centro Siciliano di Terapia della Famiglia

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Disturbi mentali in aumento, allarme dell'OMS

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"Disturbi mentali in aumento, allarme dell'OMS"
    (18 Settembre 2011, quotidiano  Il corriere della sera)


a cura di Giulia Marchese

Leggendo l'articolo "Disturbi mentali in aumento, allarme dell'OMS" di Mario Pappagallo, sono rimasta colpita dall'idea che i disturbi mentali vengano concepiti alla stregua del diabete o di un'altra malattia fisica.
Nel tempo attorno alla malattia mentale molte teorie hanno favorito la costruzione di processi di etichettamento ed esclusione sociale verso le persone con disagio psichico grave.
Depressione, ansia, anoressia non li considero mali avulsi da un contesto sociale, familiare.  
"...sviluppare la ricerca delle neuroscienze", come indicato nell'articolo, a mio parere costituisce una delle strade possibili per comprendere la sofferenza psicologica delle persone con disturbi di rilevanza psichiatrica. Penso, inoltre, che, talune volte, gli psicofarmaci possano giovare e che tale trattamento andrebbe accompagnato da una psicoterapia.
Mi vengono in mente gli interessanti studi fatti dai pionieri della terapia familiare, a partire dagli anni cinquanta, che evidenziarono che molte delle persone affette da schizofrenia, dopo il ricovero, peggioravano tornando nelle proprie case con le proprie famiglie. Concentrando l'attenzione sulle dinamiche familiari, si spostò il focus di interesse dal membro malato della famiglia a tutti i suoi componenti e ai processi di influenzamento  all'interno del sistema familiare.  
Riflettendo su come il sintomo è concepito nella epistemologia sistemica, sento mia l'idea che esso non è visto come una manifestazione di malattia mentale ma come "comunicazione" di un malessere del sistema e non del singolo individuo.
Questa premessa mi permette di ipotizzare che i conflitti che tendono a disgregare il sistema-famiglia, nelle situazioni, ad esempio, in cui compaiono dei sintomi descrivibili come schizofrenia, creino una "tensione emotiva" che può essere vissuta in termini drammatici dal soggetto portatore del sintomo. Ritengo utile, nel processo terapeutico, pensare al membro malato come colui che si fa carico, attraverso la manifestazione dei sintomi, di distogliere i membri della famiglia dall'affrontare in modo manifesto le proprie difficoltà di relazione incentrando l'attenzione su di sé. Il sintomo assume una doppia valenza: segnala alla famiglia l'esistenza di un disagio e, nello stesso tempo, rende innocuo il suo potere distruttivo, accentrando su membro indicato come malato tutte le "preoccupazioni" degli altri membri.
Il sintomo può essere visto come espressione di una problematica esistenziale, più che di malattia (Selvini Palazzoli et altri, 1975). La Connotazione Positiva, in un processo terapeutico sistemico-relazionale,  ha  la funzione di connettere i comportamenti di tutti i membri della famiglia e di accogliere, connotandola appunto positivamente, la soluzione tentata dalla famiglia.
Accanto alla connotazione positiva, un altro importante concetto sistemico centrale nel trattamento dei disturbi mentali gravi in particolare, è la Depatologizzazione: si intende evitare l'etichettamento di un paziente come malato e  si utilizza un linguaggio non patologico che offra maggiori possibilità di liberare il paziente dal ruolo di " diverso" e che favorisca lo sviluppo  di  storie che aprono percorsi evolutivi di normalità.
Un dialogo de-patologizzante e una visione positiva si inseriscono in un generale atteggiamento di accettazione del paziente, del suo mondo, delle sue problematiche ed anche delle sue risorse.
Tornando all'articolo del giornale, devo affermare anche che esso ha mosso in me  una serie di riflessioni e pensieri. Mi è venuto in mente un ricordo legato ad una consulenza privata che ho condotto con un giovane paziente che soffriva di ossessioni. Questo ragazzo durante un colloquio, fra le lacrime, disse disperato: "Tanto lo so che è tutto inutile, posso fare tutta la terapia del mondo, ma io da questa malattia mentale cronica non guarirò mai! Me l'ha detto centinaia di volte il mio psichiatra".    
A mio parere, un possibile rischio del ricorso alle descrizioni psichiatriche dei sintomi è quello di attribuire al disagio psicologico una dimensione atemporale non facilitando il cambiamento.
A tal proposito vorrei citare un articolo di C.E. Sluzky "La storia meglio formata" ( Terapia familiare n.36, 1991). L'autore spiega che, sovente, i pazienti entrano nella stanza di terapia con una storia fatta di dolore e sofferenza, dentro la quale si trovano intrappolati da anni e pensano di non poter mai più uscire. Secondo Sluzky, il compito del terapeuta è proprio quello di destabilizzare tali storie fondate sul problema e favorire lo sviluppo di storie alternative in cui  siano presenti evoluzione, cambiamento e speranza.
Dal mio punto di vista, sarebbe auspicabile, nei casi di gravi disturbi mentali, proporre un trattamento fatto di terapia individuale e familiare affinchè il paziente possa immaginare un avvenire diverso, guardando con altre lenti la condizione di disagio.
Spesso questo tipo di trattamento non si sposa con le risorse (finanziarie, professionali, strutturali) di cui dispongono i servizi pubblici di  salute mentale. Accade spesso che  i pazienti che si rivolgono ad un ente pubblico per ricevere aiuto psicologico vengano indirizzati solo verso una terapia farmacologica. Tali riflessioni scaturiscono anche da racconti di molti pazienti che ho seguito durante il mio tirocinio formativo presso un consultorio familiare della mia città.

 
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