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A sette anni già patiti di internet

Recensioni
 

Recensione dell'articolo di rassegna stampa di Letizia Cini
tratto dal giornale QN Il giorno, Il resto del Carlino, La Nazione del 20/11/2011 pagina 18:
"A SETTE ANNI GIA' PATITI DI INTERNET
<Bambini esposti al cyber-porno>Ma i pediatri assolvono la Rete: ecco le regole per usarla bene"

A cura di Jenny Vendra

<Promuoviamo un uso più consapevole del web tra bambini e adolescenti, capace di valorizzare le opportunità minimizzando i rischi>: tale richiesta è stata avanzata, con sollecitudine, dalla SIP, la Società Italiana di Pediatria, che, con i suoi novemila iscritti, ha deciso di coinvolgere in questo manifesto genitori, insegnanti, istituzioni, magistrati, giornalisti e forze dell'ordine attraverso 19 tavole rotonde organizzate in occasione della Giornata mondiale del bambino e dell'adolescente, nell'intento di sensibilizzare alla problematica. All'interno di questi incontri sugli Stati Generali della Pediatria è stata presentata un indagine, realizzata in 25 paesi europei dalla rete Eu Kids On line nell'ambito del Safer Internet Programme della Commissione Europea, dai risultati allarmanti: per i bambini già dai 7 anni l'incontro precoce con Internet non sembra adeguatamente tutelato. Inoltre, il 6% dei soggetti in età dello sviluppo riceve messaggi offensivi on line, mentre il 3% invia questi messaggi ad altri. Il 14% degli adolescenti intervistati dai 9 ai 16 anni (7% in Italia) hanno visionato immagini sessuali nell'ultimo anno e il 30% dei ragazzini  interrogati (il 27% in Italia) dichiara di aver comunicato on line con persone mai incontrate. Da ultimo risulta inquietante la recente notizia della scoperta di un sito-trappola che sfruttando in modo improprio il marchio Disney che è stato storpiato sulla rete in "Disnei" carica, in modo automatico, immagini pornografiche, catturando anche dati personali. Inoltre, dalla ricerca emerge che il 9% dei giovanissimi trasferisce anche nella realtà quotidiana gli incontri fatti in rete all'insaputa dei genitori che, in sette casi su dieci, ignorano le loro abilità e le loro attività davanti allo schermo. Il presidente della SIP Alberto Ugazio, intervistato nel suddetto articolo, si dice allarmato nel sapere che più del 67% dei genitori italiani (contro una media europea del 61%) ignori che i propri figli abbiano incontrato persone conosciute on-line.  A ciò si aggiunge che, rispetto all'Europa, gli insegnanti italiani risultano quelli meno coinvolti nelle attività on-line degli studenti: 65% italiani contro una media europea del 73%.
La preoccupazione per i dati emersi in questa ricerca sembra racchiusa nella frase dell'autrice dell'articolo, la giornalista Letizia Cini: "In seconda, terza elementare, accanto a giochi, fumetti e libri, per bambini già dai 7 anni c'è Internet, finestra sul mondo e anche sulle sue brutture". A partire da questa frase emerge l'idea piuttosto diffusa che la rete con i suoi prodotti mediali, così come tutti gli altri media (giornali, televisione ecc.), siano finestre trasparenti sul mondo.
La letteratura sembra proporre visioni diverse e più complesse. Secondo Giannatelli questi media non sono trasparenti, ma opachi: non ci forniscono la realtà, ma una loro costruzione (rappresentazione). I rischi della socializzazione mediale sono legati al suo inserirsi nella quotidianità con una naturalezza tale che il web con i suoi contenuti vengono considerati "una finestra sul mondo". Roland Barthes(1962) fu il primo a mettere in luce la naturalezza e l'ovvietà dell'immagine mediale la quale viene pensata come semplice presentazione della realtà e non costruzione, cioè rappresentazione della stessa. I Media, secondo Masterman(1997) sono sistemi simbolici, linguaggi che richiedono un'attenta opera di lettura e di interpretazione. La distinzione basilare introdotta dalla semantica ha fatto emergere il rapporto esistente tra significato e significante, tra immagine e referente: Bateson(1976), a tal proposito, ha reso famosa la frase di Korzybski "la mappa non è il territorio" facendo riflettere sul fatto che un messaggio di qualunque genere non consiste degli oggetti che esso denota. La realtà rappresentata in un messaggio è frutto di una codifica, di una rielaborazione, di processi di selezione, di una realtà costruita. L'arma da sfidare, secondo Barthes (ibidem), è la capacità dei media di creare miti e credenze con una certa naturalezza; si tratta di realtà create che si impongono come ciò-che-va-da-sé. Certi miti, cioè modi di  rappresentare la realtà, pertanto finiscono con l'essere accettati come buon senso per la loro naturalezza. I prodotti mediali hanno la finalità di costruire un sistema di valori, di nozioni e di pratiche ma anche un insieme di consuetudini, di gusti, di consumi e  di preferenze. Si tratta di una forma di costruzione sociale che soggiace a processi di oggettivazione favoriti dalla trasformazione delle idee in oggetti "naturalizzati" (reificazione concettuale). La rete, come la televisione e gli altri media, sono aspetti dell'industria mediale che, secondo Barthes(ibidem), ricercano un idioma di naturalezza attraverso il riscontro nel linguaggio quotidiano divenendo scontati e ampiamente condivisi.
Perché l'uomo non riconosce i prodotti mediali come sua costruzione ma solo come presentazione di realtà? Per Berger e Luckmann(1969) ciò che viene esternalizzato e oggettivato viene percepito dall'uomo come qualcosa di esterno da lui, un qualcosa di controllabile secondo modalità unidirezionali: una illusione data dalla  finalità cosciente che nega l'appartenenza dell'uomo al sistema oggetto della sua stessa conoscenza. Il mondo oggettivato perde la sua capacità di essere visto come creazione umana. Secondo Berger e Luckman "l'uomo, produttore del mondo, è visto come suo prodotto, e l'attività umana come epifenomeno di processi non umani" (ibidem, pag. 136).  I media, nella quotidianità e nei processi educativi, spesso non sono presentati come sistemi simbolici, come linguaggi capaci di creare realtà e questo, dal mio punto di vista, va a celare il loro carattere costruttivo. Il web e le sue produzioni non sono da considerare finestre trasparenti aperte sul mondo ma costruzioni, semiologicamente e ideologicamente elaborate. "Sebbene la cultura comune rappresenti il mondo quotidiano in un mondo integrato[...] essa lascia opaca la totalità di quel mondo. In altri termini, la realtà della vita quotidiana appare sempre come una zona chiara dietro la quale c'è un fondo di oscurità. Mentre alcune zone di realtà sono illuminate, altre sono in ombra". ( Berger  L. Peter, Luckmann Thomas, 1969, pag. 70).
L'unione dei pediatri della SIP, nella voce suo presidente Ugazio, non demonizzano la rete ma propongono, attraverso un manifesto, di gestire il web al meglio.  La rete viene presentata come risorsa(uso) per accedere ad enormi opportunità di comunicazione e allo stesso tempo come fonte di rischio(abuso): cyber-bullismo, circolazione di pedopornografia, furto d'identità, cyber-porno, ciber-dipendenze ma anche accettazione acritica dei prodotti mediali, spirito di emulazione di contenuti violenti, isolamento sociale o obesità per il troppo tempo trascorso dai minori seduti davanti al monitor ecc.
Diversi autori evidenziano i fattori di criticità legati all'abuso dei media. Gli effetti sociali più significativi connessi alla produzione mediale e virtuale riguardano, secondo Pavesi(2007), due ambiti: la scomparsa dell'infanzia e il conflitto tra curriculum scolastico e curriculum mediale. Postman(2005) arriva a sostenere la non esistenza, nel mondo contemporaneo, del concetto di infanzia. Soprattutto grazie ai new media caratterizzati dalla scomparsa della dimensione temporale e spaziale, si è diffuso, a suo parere,  un accesso indifferenziato ai contenuti, indipendentemente dalle caratteristiche individuali (età, sesso, ceto, istruzione), eliminando la possibilità di comunicare con i minori sui contenuti selezionati. Scompare l'età infantile in quanto non più preservata e protetta da contenuti non idonei: i bambini vestono e parlano come adulti in miniatura. Il secondo effetto riguarda il gap tra curriculum mediale, caratterizzato dai contenuti della televisione, di internet e dei videogiochi e curriculum scolastico. La scuola perde la priorità e la propria significatività di agenzia educativa preposta al disvelamento delle conoscenze. Il motivo è da ricercarsi in diversi fattori elencati dalla Pavesi(ibidem): "la scuola è costrittiva, [i nuovi media ] no. La scuola si basa sulla forma digitale di codificazione dell'informazione [mediante codici scritti], la tv [e adesso i new media] utilizzano forma analogica [immagini, icone, suoni], la prima forma è astratta, la seconda è concreta produce una risposta diretta, emozionale, irriflessiva [...]. Si contrappongono anche per la stessa intrinseca natura [poiché] la prima è individualizzante mentre [la scuola è un'esperienza comunitaria del gruppo]" (ibidem, pag. 22-23). La fortuna dei media sembra stare nella non necessità di prerequisiti per approcciarsi ad alcuni di essi, nel non avere perplessità sul loro utilizzo: i contenuti mediali sono piacevoli e immediatamente gratificanti mentre i processi educativi richiedono il differimento della soddisfazione. I prodotti mediali, inoltre, favoriscono le abilità intuitive, gli aspetti emotivi e sensitivi. Le conseguenze negative appaiono sul piano delle funzioni cognitive: il linguaggio verbale, essendo i giovani socializzati in modo massiccio alla cultura dell'immagine e  il pensiero logico-razionale, per la continua esposizione ad una realtà frammentata, priva spesso di logica e senso storico. La realtà mediale diviene quotidiana, scontata a tal punto da non richiedere la verifica delle premesse: è auto-evidente, indiscutibile, soggetta a processi di interiorizzazione, esteriorizzazione e oggettivazione mediante il linguaggio e la messa in codice nel senso comune. Il linguaggio e le interazioni quotidiane forniscono schemi di tipizzazione, modelli stabili e accettati inconsapevolmente.
Da quanto detto, a fronte della scarsa consapevolezza rispetto ai prodotti mediali come costruzioni sociali, sembra necessario, a mio avviso, in linea con quanto richiama la SIP, sviluppare con i minori un uso consapevole e critico dei media: questo è l'obiettivo della Media-Education. La Media Education  è un'attività educativa e didattica finalizzata a sviluppare nei giovani una informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media, le tecniche da loro  impiegate per costruire messaggi e produrre senso, i generi e i linguaggi specifici. La ME si propone sia come educazione con i media, considerati strumenti da utilizzare nei processi  educativi generali, sia come educazione ai media. L'educazione ai media fa riferimento alla comprensione critica dei media,  intesi come linguaggio e cultura. Lo scopo  è quello di offrire alle nuove generazioni non solo le chiavi per la comprensione dei media, ma anche suscitare nuovi "artigiani" per una migliore qualità dei prodotti sul web e per un apporto costruttivo della loro cultura alla civiltà degli uomini. Tale modello di educazione mediale è connesso al lavoro della principale agenzia educativa, dunque  si tratta di un compito che può essere fatto proprio solo da uno tra i più importanti  agenti di socializzazione:  la scuola. Essa deve lavorare in sinergia con le altre agenzie educative e socializzanti (famiglia, gruppo dei pari, luoghi ricreativi, istituzioni ecc.), secondo un approccio eco-sistemico.
Come si evince nell'articolo suddetto, i pediatri della SIP assolvono la rete, non la demonizzano ma intendono stimolarne un uso consapevole. A mio avviso contrastano adeguatamente i modelli critici rivolti ai media, diffusi già nella Germania del XVII secolo già con l'apparizione dei giornali. Esisteva, allora, un paradigma inoculatorio con una profonda visione corruttrice dei media: caratterizzato dalla sfiducia nei confronti dell'universo mediale. esso era equiparato ad una malattia infettiva che corrompeva i gusti e le abitudini. I media come veicolo di anticultura devono essere ignorati perché irrilevanti e antitetici ai processi educativi. Si tratta di una resistenza culturale  di tipo elitaristico, un movimento paternalistico e difensivo di educazione contro i media.  Il fine è l'acquisizione del discernimento dei minori, differenziando tra "l'autentica cultura" e i valori anti-culturali dei mass media commerciali e del virtuale, tra usi autentici e non autentici dei linguaggi.  Si inserisce in tale paradigma la posizione teorica assunta da quegli studiosi definiti da Umberto Eco(1964) Apocalittici: si tratta dei detrattori dei media convinti della loro estrema pericolosità. Essi si fanno promotori della censura quale unico rimedio. Si evince un chiaro riferimento all'approccio popperiano che vede nella Tv una cattiva maestra. L'educazione contro i media affonda le sue radici anche nella prima scuola di Francoforte e nelle sua aspra critica al sistema dell'industria culturale che  impone al pubblico prodotti standardizzati, stereotipati, di bassa qualità. Lo scopo di questi orientamenti ha una funzione prettamente valutativa che non si discosta dalla visione protezionistica: proteggere i giovani dai prodotti pericolosi o infimi. Questo approccio per Masterman(ibidem) tende a privilegiare la valutazione della pericolosità e della qualità del web  trascurando il fatto che i prodotti mediali, sono  connessi a processi di produzione, di marketing, di vendita e distribuzione nonché a fattori politico-sociali, e infine, a questioni relative all'audience  e ai fruitori. Un elemento importante che viene trascurato è la comprensione della circolarità tra diversi aspetti: economici, politici, geografici, culturali che portano a focalizzare quei fatti che hanno valore di "notiziabilità" per un determinato contesto socio-culturale e la relazione con il pubblico che retro-agisce con risposte di consenso. Masterman(ibidem), comunque, precisa che non è necessario abbandonare le questioni di valore: queste devono godere di un'importanza secondaria in modo da facilitare l'accrescimento della comprensione dei media da parte dei giovani.
I pediatri della SIP non propendono per difese manipolatorie, paternalistiche e censorie. Assumendo una posizione, secondo me, matura, non ignorano la diffusione mediale e il suo potenziale educativo  piuttosto  sentono il dovere di impegnarsi nel promuovere un uso più utile e sicuro della rete. Centrale appare il coinvolgimento di tutte le figure stakeholders che ruotano attorno al bambino come le principali agenzie educative: genitori e insegnanti.
L'importanza di intervenire all'interno del contesto scolastico richiama l'idea che l'individuo interagisca con i vari contesti in cui vive e che queste interazioni siano fondamentali per il suo sviluppo. Il benessere psicologico, seguendo questa direzione, può essere raggiunto nell'accordo sociale, attraverso la comunicazione tra reti di sistemi caratterizzate da relazionalità tra idee, popolazioni e individui. Per un sano processo di crescita e sviluppo, particolare importanza assumono le relazioni positive  e le esperienze gruppali. Spesso è proprio la mancanza di un adeguato contesto comunicativo che crea un malessere il quale si associa a disagio, aggressività, difficoltà relazionale, frustrazioni, ribellioni, isolamenti e chiusura in paradisi virtuali. Come sollecita Bronfenbrenner (2002), è importante tenere presente la molteplicità dei sistemi coinvolti (famiglia, scuola, gruppo dei pari, attività altre), nonché le loro interconnessioni. L'ambito scolastico appare il terreno più fertile per un'efficace azione preventiva poiché in esso interagiscono i più importanti sistemi di riferimento per i giovani: il gruppo dei pari, gli insegnanti e i genitori.
Il processo di crescita nei soggetti in età dello sviluppo secondo Baldascini  (1996)si inserisce in questi sistemi funzionali secondo una mobilità intersistemica. Il giovane nella sua crescita deve poter attingere al sostegno a alle risorse di tali sistemi: sperimentare il senso d'appartenenza e la protezione con il sistema familiare, partecipare contemporaneamente al sistema relazionale degli adulti, luogo eletto dove saggiare il desiderio di misurarsi per giungere al successo, infine imparare a tollerare l'ansia e il cambiamento nel sistema d'appartenenza dei pari, che sostiene l'opposizione e la trasgressione rispetto al mondo degli adulti e a quello familiare. L'articolo sembra richiamare la necessità di un coinvolgimento intersistemico seguendo l'assunto che il mondo degli adulti si raggiunge in modo dialogico, grazie al legame tra individuo-famiglia-collettività. Secondo Baldascini(ibidem) il disagio è il risultato di una disarmonia nei sistemi relazionali con difficoltà sul piano dialogico: dunque quando i sistemi non comunicano tra loro.
Costruendo un'alleanza tra i fattori di socializzazione primaria e secondaria è possibile promuovere, in linea con le parole del presidente della SIP Alberto Ugazio, un ambiente virtuale che sia favorevole ad una migliore qualità della vita dei minori improntata alla salute, al benessere, ai valori.
Tali obiettivi possono essere raggiunti sia attraverso un lavoro di alfabetizzazione digitale degli studenti che, a mio avviso, coincide con i progetti di Educazione Mediale (Media Education) inseriti nelle scuole nonché  fornendo un supporto conoscitivo ai genitori, spesso meno capaci dei propri figli di navigare sul web.
Un ruolo centrale, secondo il manifesto della SIP, sembra destinato alla scuola che ha il compito di alfabetizzare al pc i bambini fin dalla prima elementare, dotando tutte le scuole degli strumenti tecnologici necessari come le LIM (lavagne interattive multimediali). Ad oggi, la scuola italiana risulta purtroppo indietro sul piano dell'educazione alla multimedialità rispetto agli altri paesi europei. Il problema risiede spesso, a mio parere, nella tradizionale visione che l'istituzione scolastica possiede del Web come minaccia al proprio ruolo di centralità nella trasmissione del sapere. Tra i principali problemi della scuola,  in questo settore, vorrei porre l'attenzione su:
1) l' impotenza al cambiamento, il ritardo e l'arretratezza del sistema scolastico dinnanzi ai progressi tecnologici dell'universo mediale che trova giustificazione nell'incapacità di creare uno spazio nei curricoli per l'educazione ai media: tale "resistenza" viene motivata, in alcuni casi, come mancanza di tempo, oppure come difesa della cultura alta, che comporta l'esclusione dello studio dei media per tutelare il patrimonio culturale classico;
2) l'avanguardismo tecnologico, inteso come incessante rincorsa del nuovo, che ha costretto la scuola a dotarsi di computer, a stravolgere la didattica, confondendo l'addestramento tecnologico.
In relazione alle considerazioni suesposte penso che occorra elaborare un nuovo modello di socializzazione alla luce della crisi delle tradizionali mediazioni sociali ordinatrici e dell'avvento di nuove modalità socializzanti ed educative.
La Cappello(2009), ad esempio, propone una socializzazione comunicativa: un processo di co-costruzione di un mondo di significati a partire dalle innumerevoli situazioni comunicative offerte dalla cultura mediale. Si parla di una socializzazione media-centred: questa è caratterizzata dal rifiuto di aderire a sistemi valoriali totalizzanti, gerarchizzanti e definititi a priori. Tale socializzazione richiede il superamento della presunta supremazia del sapere alfabetico e libro-centrico, del sapere logico-razionale per astrazione in favore di una modalità del conoscere per immersione attraverso la sensorialità, l'emotività, il gioco e la ritualizzazione.
Alla luce dell'incontro con la realtà mediale, si propende oggi per un sistema formativo integrato caratterizzato dall'intercambiabilità delle esperienze, dei saperi e dei ruoli favorendo un quadro ricco di stimoli e di opportunità: l'educazione oggi vuole incontrare le esigenze di integrazione sociale e di autoaffermazione personale, fronteggiando l'eterogeneità, il disorientamento soggettivo e l'individualismo di quella che Bauman(2006) chiama società liquida.
Ispirandomi al lavoro di Boscolo e Bertrando(2009) ritengo auspicabile un processo di educazione mediale che tenga in giusta considerazione tre aspetti fondamentali che soggiacciono al linguaggio, mezzo principale di comunicazione: la retorica, l'ermeneutica e la narrativa. La riflessione circa i prodotti mediali e virtuali nei giovani innanzitutto deve partire dall'attenzione al fatto che siano "costruiti" frutto di "retori" appartenenti a una industria mediale,  produttori di conoscenze e consumi. Questi intendono suscitare significati, gusti, emozioni e propensioni rispondendo a certe esigenze con l'uso di parole polisemiche o immagini accattivanti. Ulteriori produttori del web (che organizzano e diffondono i contenuti) sono proprio altri giovani che cercano attraverso la rete di rispondere ai bisogni altrui (di vicinanza contrastando la solitudine, di comunicazione a fronte delle difficoltà a confrontarsi con il mondo degli adulti) che sono fondamentalmente anche i propri ecc. Se i prodotti mediali sono frutto di costruzioni spesso nate ed indirizzate a certi gusti e consumi il compito di attribuirvi significati e semantiche (sense-making)  spetta al giovane che può sviluppare spirito critico ed ermeneutico nell'interpretare e dare senso all'ambiente virtuale che lo circonda e di cui è parte.  Infine il terzo aspetto attiene alla narrazione come possibilità di co-costruire insieme ai sistemi di socializzazione sopra citati nuovi significati con la propria esperienza, affinché i giovani sappiano utilizzare il Web non per una mera riproduzione, piuttosto per un uso consapevole e creativo.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Baldascini Luigi, Vita da adolescenti. Gli universi relazionali, le appartenenze, le trasformazioni, Franco Angeli, 1996

Barthes Roland, Miti d'oggi, Paperback Lerici , 1962

Bateson Gregory, Verso un'ecologia della mente, Adelhi Edizioni, 1976

Bauman Zygmunt, Vita liquida, Laterza, 2006

Berger  L. Peter, Luckmann Thomas, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, 1969

Boscolo Luigi, Bertrando Paolo, Terapia Sistemica e Linguaggio. Dall'interesse per l'organizzazione del sistema alla centralità del linguaggio,  Connessioni n°22,  giugno 2009, CMTF, Sogni narrazioni Azioni: i classici del Milan Approach

Bronfenbrenner Urie, Ecologia dello sviluppo umano, Mulino, 2002

Cappello Giana, Nascosti nella luce. Media, minori e Media Education, Franco Angeli, 2009

Eco Umberto, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1964

Masterman Len, A scuola di Media. Educazione, media e democrazia nell'europa degli anni ’90, Editrice La Scuola, 1997

Pavesi Nicoletta, Media Education. Una prospettiva sociologica, Franco Angeli, 2007
Popper Karl R., Cattiva maestra televisione, Marsilio, 2002
Postman Neil, La scomparsa dell'infanzia, Armando Editore, 2005

 
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